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Rubriche : ecologia della mente

L’amore, la bugia e la giusta distanza

domenica, 12 agosto 2018, 20:31

di stefano michelini

Come abbiamo visto nella rubrica della settimana scorsa, il denominatore comune di una bugia in amore o in qualsiasi altro settore della vita, sembra essere un innato meccanismo difensivo legato alla sopravvivenza; a una strategia già predisposta al momento della nascita che s’innesca e si esprime nel momento in cui - a ragione o a torto – è necessario difendersi: in modo innocente in un bambino o vigliaccamente in un adulto.

L’utilizzo della bugia progredisce con la maturazione cerebrale fino a diventare, nel bugiardo patologico, la vera e propria realtà. A questo punto della trattazione del mentire, non disponendo di dati scientifici certi, ma di evidenze sociali diffuse, prendiamo l’amore e la sopravvivenza di un amore o della vita, come campo ideale per incrociare un altro concetto strettamente correlato alla bugia, ma che può essere anche del tutto indipendente da essa: la Giusta Distanza.

Il concetto di Giusta Distanza deriva da un’analisi dettagliata dei fatti, che in un presunto sano è spesso offuscata da sintomi, anche minimi, di ansia, ossessività, invidia, depressione. Questo innesca la bugia, sia in amore, sia in ogni attività e in ogni altro rapporto relazionale.

Schopenhauer, in Parerga e Paralipomena, ci descrive bene il concetto, mediante la metafora nota come Il dilemma del Porcospino: alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

La Giusta Distanza, che consente un oggettivo rapporto tra soggetto e attività bramate, non è una funzione compromissoria che concede il quieto vivere, ma la più alta forma di amore e valutazione cognitiva di un’attività. Saper amare significa stringere o allungare la distanza dalla persona amata, a seconda dei suoi bisogni espliciti.

Sapere ottimizzare la propria penetranza in un’attività lavorativa, significa non esserci addosso ossessivamente quando non serve o esserne distanti quando invece dovremmo esserne vicini. La valutazione erronea di questo concetto è un innesco chiave alla bugia consapevole o inconsapevole che sia. La percezione raffinata della Giusta Distanza, presupposto del non ricorso alla falsità come meccanismo difensivo, si acquisisce nel tempo, con la maturazione cerebrale dei lobi frontali del cervello, adibiti alla valutazione oggettiva della vita.

Se tutto scorre dietro sottili veli di omissione, i lobi frontali sanno fare il loro lavoro. Se annaspano, siamo fuori giri. In amore e in qualsiasi attività non dobbiamo mai trovarci “nella terra di nessuno” in cui non siamo né carne né pesce, perché altrimenti ci ritroviamo in quel territorio franoso in cui si perdono le coordinate spazio-temporali e affettive, creando l’humus ideale per dire la prima cosa che ci viene in mente argomentandola con una bugia singola o facendo della bugia l’unico modo di comunicare.

Sembra questo un problema etico di poco conto, perché lo circoscriviamo nell’ambito dei tre metri della nostra esistenza; ma se contempliamo il sistema economico, politico, delle banche e dell’economia in generale, capiamo che stare nella terra di nessuno è deleterio: o si è bugiardi fino in fondo o si è sinceri fino in fondo, assumendosi le responsabilità di ciascuna posizione assunta. 

Il problema è che non siamo quasi mai così solidi da tenere una posizione definitiva, forse perché sarebbe contraria alla sopravvivenza della specie, dato che la rigidità in una posizione determina una rissa continua o un odio sommerso, che rende impossibile la qualità della vita. Il ruolo della bugia, in un presunto sano, diventa quindi un ruolo sociale fisiologico, non compromissorio, ma funzionale al fluire degli eventi. E

steticamente non è bello, ma dobbiamo arrenderci a questa evidenza. Soprattutto non nascondendoci dietro il dire sono sincero, quando ci sono verità facili da dire o quando siamo colti sul fatto. Il cervello è funzionale alla conservazione di se stesso e della persona che lo contiene: che il suo agire faccia di quella persona una bella o una brutta persona, al cervello poco importa. I neuroni fanno ciò che conviene loro. Noi siamo i loro burattini.

 


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