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Rubriche : sulla scena del delitto

Casamassima, teste chiave per il Cucchi bis: "Io lasciato solo dallo Stato"

lunedì, 17 giugno 2019, 17:15

di anna vagli

Era giunto il momento di parlare: sulla morte di Cucchi colleghi e superiori sapevano di più di quanto avessero dichiarato. Lui è Riccardo Casamassima, l'appuntato scelto che si è rivolto al P.M. Giovanni Musarò e ha fatto mettere nero su bianco quanto appreso nella caserma dei carabinieri nei concitati momenti successivi all'arresto di Stefano Cucchi (quando peraltro il giovane geometra romano era ancora in vita). Era l'ottobre del 2009, quando un agitato Roberto Mandolini, maresciallo della stazione dei carabinieri di Tor Vergata, esternava le sue preoccupazioni in ordine al pestaggio compiuto dai militari che avevano proceduto all'arresto di un giovane pusher. Il nome di Stefano veniva colto dall'allora compagna dell'appuntato scelto, Maria Rosati (anche lei nell'Arma). 

Ma chi è Riccardo Casamassima?

«Sono un appuntato scelto e mi sono arruolato nell'Arma quando avevo poco più di diciotto anni. Appena arruolatomi, ho iniziato a lavorare in territoriale (cioè su strada) e grazie all'esperienza maturata sono arrivato presto a compiere personalmente operazioni importanti. La maggior parte delle mie attività partivano infatti di iniziativa e si svolgevano con l'ausilio di informatori particolari. Nella maggior parte dei casi si trattava di persone precedentemente arrestate con le quali, grazie alla mia correttezza e professionalità, avevo instaurato un rapporto di fiducia e stima». 

Riccardo in che modo la sua testimonianza è stata determinante per il c.d. "Cucchi bis"?

«Voglio fare un passo indietro. Nel 2009 prestavo servizio presso la stazione dei carabinieri di Tor Vergata. La vita di caserma in quegli anni era abbastanza complicata in considerazione soprattutto della condotta di alcuni superiori. Personalmente infatti mi sono fatto carico di denunciare alla Procura militare la pratica dei c.d. "arresti falsificati", cioè quegli arresti nei quali venivano cambiati gli operanti. Per chi non è del settore, cambiare l'operante di un arresto significa rendere nullo il verbale. Lo scopo di tale procedura era quello di screditare alcuni carabinieri piuttosto che dare credito ad altri. Trattandosi di una pratica completamente fuori legge, ho iniziato ad oppormi e questo a fatto sì che divenissi bersaglio di continui trasferimenti. Come primo monito sono stato mandato in uno degli ultimi comuni di Roma, San Vittorino Romano, ed è facile comprenderne il perché. Nel frattempo, continuando a svolgere il mio lavoro, ero anche venuto a conoscenza del fatto che in caserma c'era un carabiniere che spacciava. Io, che credo nella divisa che indosso, ho nuovamente denunciato l'accaduto ai miei superiori. Il paradosso di tutta la vicenda è stato che, a distanza di anni, nei miei confronti è stato aperto un procedimento per omissione». 

Arriviamo così alla fine del 2014. Che cosa succede Riccardo?

«Sul finire di quell'anno vengo a sapere che tutti gli esponenti dell'Arma coinvolti nel processo per la morte di Stefano Cucchi erano stati assolti. Quando Stefano fu arrestato, nel 2009, prestavo servizio – come ho detto – presso la Caserma di Tor Vergata. All'epoca dei fatti non era facile decidere che cosa fare. Quelle che avevo sentito erano delle affermazioni scomode e, dopotutto, in quella stazione, ero già stato più volte preso di mira». 

Che tipo di affermazioni Riccardo?

«È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato. A pronunciare queste parole fu il maresciallo Roberto Mandolini che, visibilmente preoccupato dell'accaduto, ne fece immediatamente parola con il comandante generale, Enrico Mastronardi. Insomma ero in una posizione davvero compromettente». 

Ma non è finita qui.

«No, affatto. Poco dopo sono venuto a sapere dalla mia collega e moglie, Maria Rosati, che stavano cercando di addossare la colpa agli agenti della penitenziaria. La Rosati era infatti l'autista di Mastronardi e assistette ad un colloquio tra lui e il Mandolini. Non c'è da stupirsi, i pestaggi sono pratiche diffuse all'interno delle caserme anche se io le ho sempre denunciate. E vado molto fiero di aver sempre lavorato diversamente». 

Ci spieghi meglio.

«Quando qualcuno veniva arrestato, la principale preoccupazione dei familiari non era tanto il carcere ma le botte. Io ho sempre tenuto un atteggiamento radicalmente opposto. Per questo ho avuto la possibilità di avere numerosi informatori e collaboratori di giustizia, che mi hanno permesso di portare a termine operazioni di un certo calibro. Anzitutto, quando dovevo effettuare delle perquisizioni nelle case, mi facevo sempre accompagnare da una collega donna per rendere il meno gravoso possibile l'impatto sui familiari e soprattutto sui figli. Questo mio modo di fare era molto apprezzato, anche dai pluripregiudicati che, quasi per sdebitarsi, decidevano spesso di collaborare. Non erano certo abituati a ricevere un simile trattamento. Nella pagina facebook che ho creato a mio nome è addirittura possibile trovare i commenti di conforto di persone che nonostante siano state arrestate da me negli anni, esprimono la loro vicinanza per quanto accaduto». 

Torniamo a Stefano.

«In un contesto come quello appena descritto non era facile prendere una decisione. Ma poi, vista anche la serietà del Procuratore Musarò, ho trovato coraggio e ho chiamato lo studio dell'Avv. Anselmo, legale della famiglia Cucchi. Per me e per mia moglie era anche un momento particolare: eravamo in attesa del nostro secondo figlio».  

Quando ha incontrato per la prima volta Ilaria Cucchi?

«Era il 2015, sei anni dopo i fatti. Nonostante l'Avv. Anselmo fosse inizialmente un po' scettico, il Procuratore non ha mai dubitato della genuinità della nostra testimonianza. Sapeva che non avevamo alcun motivo per mentire». 

Come si è arrivati al vicebrigadiere Francesco Tedesco?

«Francesco Tedesco ha trovato il coraggio di denunciare dopo la testimonianza mia e di mia moglie. Il vicebrigadiere ha infatti raccontato come la sera dell'arresto di Stefano vi fu un primo battibecco tra lui e Di Bernardo, uno dei carabinieri imputati. Il giovane geometra romano si era infatti rifiutato di farsi prendere le impronte digitali e si era opposto al fotosegnalamento. Questo ha scatenato l'ira di Di Bernardo che ha colpito Stefano prima con uno schiaffo al volto, poi spingendolo a terra. È a quel punto che D'Alessandro ha colpito Stefano con la punta del piede all'altezza dell'ano. Nonostante Tedesco avesse cercato di fermare l'ira dei due, Cucchi cadeva a terra e D'Alessandro lo colpiva con un calcio in faccia». 

Che cosa ha comportato la sua testimonianza Casamassima?

«Sapevo che non sarebbe stato facile. Io ho fatto il mio dovere di uomo prima che di carabiniere. Ma questo mi è costato caro. Hanno detto di me che ho denunce a carico per stalking e che sono amico dei pregiudicati. Certo, è vero, li frequentavo, ma solo perché erano collaboratori di giustizia, lavoravo con loro. Come se non bastasse c'è chi ha avuto il coraggio di raccontare che era stata trovata cocaina nella mia abitazione. Ma questo, neppure a dirlo, non è assolutamente vero. Il danno di immagine non è il solo danno che ho subito. Adesso con l'Avv. Gasperini stiamo affrontando un nuovo procedimento, questa volta per depistaggi: qualcuno ha fatto il mio nome accusandomi di aver provato a nascondere degli atti con il solo intento di ricevere soldi. Questa persona, dopo essere stata sentita per due volte davanti alla squadra mobile, è crollata davanti al PM dicendo che erano stati altri due ufficiali a fargli fare quella relazione per screditarmi». 

In ambito lavorativo che cosa hanno comportato le sue dichiarazioni Casamassima?

«Le mie paure iniziali si sono concretizzate. A causa della mia deposizione, dopo vent'anni di onorato servizio prestato su strada, sono stato demansionato e spedito a lavorare presso la scuola degli allievi ufficiali. Ma questo ancora non sembrava sufficiente, visto che il comandante generale Nistri ha cambiato nuovamente la mia postazione relegandomi a mansioni d'ufficio. Io ho due figli e questo mi pregiudica ulteriormente dal punto di vista economico. Negli ultimi due anni mi sono sentito male per ben due volte. Sono stato profondamente umiliato e non per niente tutelato dalle istituzioni. E credo che le cose possono solo che peggiorare se qualcuno non interviene il prima possibile. Sto valutando anche la possibilità di togliermi la divisa... ». 

Casamassima si è pentito della sua scelta?

«No, pentito no. Però mi sento abbandonato e non tutelato da chi dovrebbe farlo. Ho fatto numerosi appelli, le massime cariche dello Stato mi hanno sempre rassicurato sul fatto che non avrei subito alcun tipo di conseguenza per aver fatto ciò che era doveroso fare. Il Ministro della Difesa non si è però mai schierato nonostante la presentazione di cinque istanze per conferire. A questo punto non mi resta che chiedere l'intervento del Presidente del Consiglio. Spero davvero che chi di dovere prenda i giusti provvedimenti e nelle opportune sedi. Tutto questo non sta danneggiando solo me e la mia famiglia, ma anche altri miei colleghi che potrebbero parlare ma si guardano bene dal farlo».

Nella foto: la criminologa Anna Vagli


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