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Rubriche : sulla scena del crimine

11 settembre 2001, un viaggio nella mente dei terroristi

mercoledì, 11 settembre 2019, 10:20

di anna vagli

"Ognuno di noi è seguito da un'ombra. Meno questa è incorporata nella vita conscia dell'individuo tanto più è nera e densa".  C. G. Jung.

New York, 11 settembre 2001. Quel giorno lo ricordiamo tutti. Tutti ricordiamo quella mattina di inizio settembre che ha azzerato il calendario della storia e catapultato la nostra esistenza nel sospetto e nella paura. Improvvisamente il mondo si è fermato ed è rimasto in quel giorno senza tramonto per molto tempo. Tutti ci siamo sentiti americani, tutti ricordiamo cosa stavamo facendo esattamente quando la CNN con il suo "American under attack" annunciava al mondo la tragedia. La generazione Z, nata al ridosso del 2000, non saprà mai com'era vivere prima dell'11 settembre. New York, a 18 anni di distanza, resta sempre il cuore pulsante del mondo. Non si è piegata di fronte alla minaccia islamica ma quella mattina dal cielo terso e dal sole splendente ha reso le nuove generazioni ossessionate dalla sicurezza e spaventate dalla minaccia terroristica. "We'll never forget". Non possiamo, e non dobbiamo, dimenticare le migliaia di persone che persero la vita tra fiamme e lanci nel vuoto. Non vogliamo dimenticare chi quel giorno non tornò più a casa, compresi poliziotti, pompieri e semplici lava vetri. Un quinto di loro era di origine italiana. Oggi le torri gemelle non incorniciano più la vista dall'Empire State Building, ma rappresenteranno per sempre il simbolo della morte e della rinascita. Nella fine, il principio. God bless America.

In occasione del diciottesimo anniversario dagli attacchi al cuore dell'Occidente, ho deciso di dedicare la mia rubrica ai terroristi. Più precisamente, ho deciso di portarvi nelle loro menti. Ognuno di noi ricorda il "suo" undici settembre. Ognuno di noi ricorda come lo ha vissuto e come ha affrontato il fatto che la guerra avesse colpito l'ombelico del mondo. In fondo, l'immagine delle Twin Towers in fiamme riportava per la prima volta la guerra sul suolo americano dopo l'attacco a Pearl Harbor.

Nessuno però, eccezion fatta per gli esperti del settore, hai mai camminato tra le insidie che si annidano nella psiche degli estremisti. Con questo numero, vi offro la possibilità di accedervi. Con guida, si intende.

Senza troppe premesse, vi dico subito che la mente del terrorista è abitata da numerosi fantasmi. Fantasmi che si presentano sotto forma di istinti primitivi o disturbi mentali socialmente radicati e figli del nostro tempo. Ma quale istinto può indurre un soggetto a dirottare un aereo verso un grattacielo come fecero i terroristi di Al Qaeda l'11 settembre 2001? In fondo, uno degli istinti umani è proprio l'autoconservazione. Ma c'è qualcosa che va oltre. Ci sono istinti che vanno oltre. Istinti come quello diretto al raggiungimento di una dimensione eroica, che sfida la morte pur di riscattare il senso di inferiorità con cui il terrorista convive.

Per comprendere la struttura personologica di questi soggetti, occorre partire sicuramente dalle dinamiche familiari. Tutto ruota intorno alla figura del padre. La maggior parte degli attentatori dell'Islam radicale – tanto quelli di Al Qaeda quanto quelli Isis – hanno avuto un padre frustrato, privo di personalità e pressoché assente nelle loro vite "vuote". Chi si fa saltare in aria o dirotta aerei, non ha un lavoro fisso, spesso vanta precedenti per spaccio ed è cresciuto in Occidente da famiglie emigrate dal Medio Oriente. Insomma, sembra che la mancanza della figura paterna, induca la mente dell'individuo a cercare un rimpiazzo. Un fantasma che la sostituisca. Quel vuoto deve a tutti i costi essere colmato. Quindi cosa c'è di meglio di un'organizzazione jihadista? Anche voi, però, che non avete un padre o lo avete perso in tenera età, perché non ci avete pensato prima a farvi esplodere? Black humor a parte, la figura paterna latente non è di per sé sufficiente a giustificare la scelta di buttare via la propria vita per compiere una strage. È il profondo disagio socioculturale, la frustrazione e la presenza di disturbi depressivi intrinsechi, che contribuisce a rendere più tollerabile ed eroico morire in nome di Dio. Come a dire: "Ok mi ammazzo. Non perché sono vulnerabile, mi sento uno scarto della società e non riesco a placare i fantasmi che si aggirano nella mia testa. Ma soltanto perché mi sto immolando per un ideale".

Avete mai fatto caso che gli attentatori delle principali stragi, anche quelle che hanno colpito al cuore l'Europa, erano legati da vincoli di fratellanza? Fratelli erano infatti Said e Cherif Kouachi, autori degli attacchi nella redazione di Charlie Hebdo, così come fratelli erano Salah e Brahim Abdslam, attentatori di Parigi, fino ad arrivare a Driss e Moussa Oukabir, protagonisti dell'attacco nel cuore di Barcellona. Tutti fratelli, e naturalmente non a caso.

In mancanza del padre, infatti, si è progressivamente consolidata in questi soggetti una sorta di complicità diretta a supplire la condizione di smarrimento che li attraversa(va). E questo è uno schema ricorrente, di cui ben consapevoli sono anche i gruppi terroristici come l'Isis. Gruppi che utilizzano il web per diffondere messaggi manipolatori con video degni di guerre stellari e capaci di irretire persone profondamente disagiate. Insomma, il regalo più grande che un giovane in preda gli istinti suicidari possa ricevere. Per dirla alla Vasco Rossi, generazione di sconvolti senza più Santi né eroi. Forse, però, in nome di Allah, in qualche modo loro i Santi li hanno. 


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