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Rubriche : la lanterna

Ilva, l'ennesima buffonata di un sistema economico statalizzato

sabato, 9 novembre 2019, 16:59

di francesco pellati

La questione ILVA è l'ultima perla del doloroso rosario cui le sinistre insieme al M5S sottopongono giornalmente gli italiani e rappresenta un bell'esempio dell'atteggiamento con cui si rapportano con il sistema industriale italiano.

La storia viene da lontano e dentro c'è di tutto. Andando per ordine:

la acciaieria di Taranto era di proprietà statale (Italsider, gruppo IRI), perdeva soldi come un secchio bucato e in decenni non ha investito una lira in sicurezza ambientale: allora l'ambiente era una subordinata di ultimo grado.

Nel 1995 i governi Dini e poi Prodi vendettero la società al gruppo Riva per 2 mila 500 miliardi di lire. I Riva la ribattezzarono ILVA.

Nel 2012 il GIP di Taranto aprì un'inchiesta a carico dei Riva con l'accusa che gli stessi non avevano investito in risanamento dell'ambiente seminando morte e malattie per fare profitto. Da notare che l'inquinamento proveniente dalla statale Italsider (dal 1960 al 1995: 30 anni) neanche fu citato. Ne seguì l'autentica spogliazione della famiglia Riva. Condoglianze ai privati che fanno impresa.

Ne derivarono (e sono tuttora all'ordine del giorno) informative discordanti circa i decessi per tumore a Taranto. L'unico dato certificato di recente lascia tutti a bocca aperta: la percentuale di vittime da tumore a Taranto risulta essere uguale a quella di Lecce, dove non c'è né ILVA né altre grandi imprese inquinanti. Medicina al servizio della politica? 

Dal 2013 al 2017 fu gestita da vari commissari governativi (perdeva circa 1 milione di euro al giorno a spese dei contribuenti italiani).

Nel 2017 il ministro Calenda (Governo Gentiloni) assegnò alla cordata Mittal/Ancelor la vittoria del bando per il suo acquisto.

Nel contratto di acquisto era presente la clausola della "protezione legale" introdotta per evitare che nella attuazione del piano ambientale del settembre 2017, i commissari o i futuri acquirenti del siderurgico restassero coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato. Senza questa clausola sarebbe stato impossibile trovare un pellegrino che acquistasse la società.

Dal passato mese di maggio, alle prime avvisaglie che pervenivano dal governo Conte I, Mittal aveva avvisato che la rimozione della immunità penale sui reati precedenti alla sua gestione avrebbe comportato la sua uscita dal contratto.

I grillini tirarono dritto e il nuovo socio Pd non fece una grinza: la rimozione è entrata il 3 novembre nel così detto "decreto crescita".

Oggi la Mittal/Arcelor restituisce la proprietà a chi gliel'ha venduta (lo Stato).

Vuole indietro 4 miliardi e passa.

Dà "indietro" allo Stato oltre 10.000 lavoratori diretti e mette sul lastrico il doppio di indiretti in un territorio che la chiusura dell'ILVA assimilerà al resto del sud: il deserto industriale.

Il ritiro di Mittal provocherà la perdita di quasi un punto e mezzo di PIL e priverà il Paese dell'ultima industria primaria di cui dispone: da domani l'acciaio italiano avrà gli occhi obliqui dei cinesi.

Perché e da chi fu revocata?

Qui entra in scena un pittoresco personaggio della corte di Grillo: Barbara Lezzi, anni 37, senatrice del M5S, ministro per il Sud nel governo Conte I, diplomata perito aziendale e in lingue estere, impiegata di III livello per 20 anni in una società commerciale, reddito 2013 € 20.600 (dal 2014, primo anno da senatrice, € 85.000 a salire di anno in anno).

Si è distinta portando in Senato un apriscatole per "aprire il Parlamento come una scatola di sardine" (copy right Beppe Grillo), poi per la assunzione come portaborse della figlia del suo compagno di vita e per il versamento solo parziale al M5S della pattuita percentuale dell'emolumento da senatrice.

Grande passionaria, contro TAP e a favore della chiusura dell'ILVA di Taranto: "Un punto e mezzo di PIL italiano non vale la salute dei tarantini".

Oggi capeggia una ventina di senatori 5S tutti del Sud Italia con i quali tiene per gli attributi il governo al grido No ILVA.

Nel quadro dobbiamo aggiungere un personaggio politicamente indecente: il presidente della regione Puglia Michele Emiliano che da sempre si distingue per capriole politiche di ogni genere, interne ed esterne ai partiti di appartenenza (ne sa qualcosa per esempio il governatore della Toscana Rossi, sedotto e abbandonato da Emiliano nel giro di qualche giorno). Anche lui per puro populismo (altro che la Lega!) cavalca tutto il cavalcabile, compreso il no TAP, per poi autorizzarlo, e la chiusura dell'ILVA che di sicuro domani lo vedrà contrario se si accorgerà che quello è il vento buono.

Con statisti di questo tipo la decrescita felice è di per sé garantita.

I contraccolpi dell'episodio vanno ben oltre lo specifico e pur importante episodio e si allargano ad almeno due aspetti:

il primo: la produzione europea dell'acciaio è recessiva. Come al solito l'Europa fa le spese degli accordi asimmetrici U.E. / Cina che prevedono "quote libere" di import. La Cina cresce del 9%, l'U.E cala del 3.1% e l'Italia del 4,1%. Gli USA sono stabili (l'acciaio cinese è fra i prodotti che Trump ha onerato di nuovi dazi doganali).

Può darsi che Mittal ne abbia tenuto conto e abbia preso al volo l'occasione che la stupida ignoranza governativa le offriva. I privati pagano di tasca propria, in tutti i sensi: economici e legali, mentre la imprese di stato e i dirigenti che vi sono preposti ripianano le perdite con gli interventi pubblici (basta pensare all'autentico scandalo che si chiama Alitalia) e sono più tutelati a livello legale. Per la verità non sempre: prendiamo Guarguaglini, ottimo manager che aveva ridato slancio alla allora Finmeccanica. Processato sui giornali e poi in tribunale, costretto alle dimissioni e infine assolto con formula piena. Carriera rovinata, immagine compromessa, giudici immuni da critiche: todos caballeros! Ma Guarguaglini era un manager poco amato dalla sinistra.   

Siccome pagano di tasca propria i privati fanno i conti e, in barba a tutti i proclami sulla "impresa etica" di sindacati, uffici studi, parrocchie di credo francescano, che la prevedono regolarmente a spese altrui, oltre il limite di perdite che sta nel conto economico, escono dal business e vanno a cercarne uno nuovo o uno uguale altrove.

Io sono convinto che una impresa sia etica quando, nel rispetto delle leggi, fa utile, crea ricchezza e dà lavoro. Il resto sono pericolose chiacchiere da salotto che hanno sempre un punto debole: chi ci mette soldi, voglia di rischiarli e competenza.

A riprova: delle oltre 8.000 partecipate pubbliche che operano in Italia spesso in condizioni di miglior favore di mercato, oltre i tre quarti presentano da anni passivi strutturali, regolarmente coperti dagli ignari cittadini, che sanno quasi tutto delle formazioni della Fiorentina o del Napoli, ma nulla di questi scempi: ben gli sta.

Il secondo ed ultimo aspetto è il più importante:

L'italiano medio è cresciuto con una mentalità antindustriale in una società industriale che in un paio di generazioni gli ha cambiato in meglio la vita.

Le fonti di questo "sentiment" sono molteplici:

la Magistratura che emette con una costanza ed una ferocia incomprensibili sentenze contrarie alle imprese a volte sfidando il buon senso.

La burocrazia nelle sue varie espressioni fiscali, amministrative, centrali e periferiche. Cappa di piombo che grava sulle imprese (e anche sui cittadini singoli) in termini di costi, tempi, opacità, trappole volontariamente disseminate.

Tutta l'intellighenzia di sinistra, compresa quella cattocomunista che occhieggia alla economia di Stato.

L'economia di Stato, dovunque applicata, non ha prodotto sufficiente ricchezza e quella poca l'ha distribuita in modo ineguale sostituendo la classe dei privilegiati: il grosso va agli aparatchki di partito, agli artisti allineati, ai burocrati dello stato centrale, insomma a chi è funzionale al sistema. Al popolo, in nome e per conto del quale dice di governare, arriva il modesto residuo. Siete mai stati oltrecortina negli anni del Comunismo reale: vetrine desolatamente vuote, code per comprare le scarpe o ile maglie, baratti fuori dai negozi. Questa, fuori dai salotti di Capalbio o di Cortina, è l'economia di Stato. 

Ma il suo fascino salottiero è pervasivo: proviene da chi non ha mai alzato paglia nell'economia vera, quella di trincea. C'è di mezzo la spocchia e anche l'invidia: ci sono imprenditori che hanno fatto grandi imprese e soldi a palate non sapendo nemmeno bene l'italiano (uno per tutti: il semianalfabeta Borghi, l'inventore della IGNIS): intollerabile per i palati fini di molti intellettuali che non capiscono il valore dei pregi individuali in una società aperta: ognuno deve saper fare bene il suo. 

Perfino dalla Lega si alza qualche voce con pretese pseudoeconomiche in favore della sciagurata formula dell'intervento di Stato. Se il contagio è arrivato fin lì significa che la malattia è grave: io mi auguro che Salvini ci metta le mani rischiando di perdere consensi dalla parte sana del Paese, quella che lo mantiene e che non se ne fa mantenere, ma soprattutto sarà complice della "decrescita felice" dell'Italia che tutto fa temere come attuale, pesante, rigida, quasi irreversibile.

Chi verrà ad investire nel nostro Paese con le Lezzi, i Di Maio, i Conte, gli Emiliano, i giudici, le burocrazie e perfino i funambolici sindacati che oggi vogliono il risanamento ambientale di Tamburi e domani vogliono il pieno impiego nell'acciaieria che lo inquina?

Comunque vada a finire i danni sono già fatti e, per evitarne altri di peggiori, pare sempre più necessario e urgente chiedere agli italiani attraverso nuove elezioni se condividono o no questa cultura e i risultati pratici che ne derivano.

Finalmente potremo capire come la pensano.

 


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