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Impresa familiare: aspetti giuridici e fiscali

martedì, 12 novembre 2019, 19:03

di nicola nottoli

L'impresa familiare è definita nel nostro ordinamento come quel tipo di impresa in cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado dell'imprenditore titolare. Al fine di avere un quadro più appropriato sul tipo di parentela, che può partecipare all'impresa familiare, si considerano parenti del titolare:

  • i discendenti entro il terzo grado (figlio, nipote, pronipote), gli ascendenti (padre, nonno, bisavolo), i collaterali (fratello o sorella, nipote, zio);

  • affini entro il secondo grado i parenti del coniuge in linea retta discendente (figlio e nipote), in linea retta ascendente (genitore e nonno), in linea collaterale (fratello e sorella). Sono inoltre affini in linea retta discendente entro il secondo grado, nuore e generi;

  • affini entro il secondo grado i coniugi dei seguenti parenti dell'imprenditore: del figlio (genero e nuore), del genitore (quando non sia anche genitore dell'imprenditore), del fratello (cognata).

Per quanto riguarda la natura giuridica dell'impresa, la dottrina prevalente ritiene che la stessa conservi il carattere di impresa individuale e la titolarità competa, esclusivamente, all'imprenditore.

Le modalità di tassazione del reddito di impresa familiare sono contenute nell'art. 5, co. 4 e 5, DPR 917/86, dove è espressamente stabilito che il reddito prodotto dall'impresa familiare stessa è imputato a ciascuno degli aventi diritto, indipendentemente dal reale conseguimento, in proporzione alle rispettive quote di partecipazione agli utili. La quota di utili complessivi attribuibili ai collaboratori non può essere superiore al 49% con la conseguenza che al titolare dell'impresa familiare la quota minima imputabile è pari al 51%.

La disciplina fiscale prevede che i redditi dell'impresa familiare, limitatamente al 49% dell'ammontare risultante dalla dichiarazione dei redditi dell'imprenditore, sono imputati a ciascun familiare, che abbia prestato in modo continuativo e prevalente la sua attività lavorativa nell'impresa proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili. Tale disposizione si applica a condizione che:

a) i familiari collaboratori risultino nominativamente, con l'indicazione del rapporto di parentela e di affinità dell'imprenditore, da atto pubblico o scrittura privata autenticata anteriore all'inizio del periodo di imposta, con sottoscrizione dell'imprenditore e dei familiari collaboratori;

b) l'imprenditore riporti nella sua dichiarazione l'indicazione delle quote di partecipazione agli utili spettanti ai familiari collaboratori, con l'attestazione che tali quote sono proporzionali al lavoro effettivamente prestato;

c) ogni familiare partecipante all'impresa familiare attesti nella dichiarazione dei redditi di aver prestato l'attività lavorativa in modo continuativo e prevalente.

Con la ris. AE 26 ottobre 2017 n. 134/E, l'Agenzia delle Entrate, a seguito di una istanza di interpello, ha fornito chiarimenti sul trattamento fiscale della quota che un contribuente, titolare di una ditta individuale, intende imputare, a titolo di partecipazione agli utili alla sua convivente di fatto. La L. 76/2016 (Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze) ha introdotto nel nostro ordinamento l'istituto dell'unione civile tra persone dello stesso sesso e disciplinato il regime delle convivenze di fatto, prevedendo forme di tutela differenziate tra le parti dell'unione civile ed i conviventi ed intervenendo altresì sulla disciplina dell'impresa familiare, in una duplice direzione:

  • da un lato, estendendo alle unioni civili la disciplina civilistica dell'impresa familiare;

  • dall'altro, introducendo nel codice civile l'art. 230- ter, rubricato "Diritti del convivente".

Tale ultima norma riconosce "Al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all'interno dell'impresa dell'altro convivente, il diritto di partecipazione agli utili dell'impresa familiare ed ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi dell'azienda, anche in ordine all'avviamento, commisurata al lavoro prestato".

Si prevede inoltre che il diritto di partecipazione non spetti "qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato".

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