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Rubriche : sulla scena del crimine

Delitto Gambirasio: tutte le ultime novità

sabato, 14 dicembre 2019, 18:36

di anna vagli

Mi chiamo Yara Gambirasio, ho 13 anni e vivo a Brembate di sopra. Il mio tempo senza più stagioni si è spezzato la sera del 26 novembre 2010. Nel tardo pomeriggio mi sono recata in palestra per portare lo stereo alle mie insegnanti di ginnastica ritmica. Mi sono trattenuta giusto il tempo di guardare l’allenamento. Dovevo infatti rincasare per cena, io abito a poche centinaia di metri dal palazzetto. Non sono però più tornata dalla mia famiglia. Non ho più potuto abbracciare i miei fratelli, mamma Maura e papà Fulvio. Mi sono ritrovata sola, infreddolita, disperata e piena di paura nel campo di Chignolo d’Isola, a qualche chilometro da casa mia. Sdraiata in quel terreno sono rimasta qualche mese, fino a quando un aeromodellista mi ha scorta tra le sterpaglie. Nessuno può sentirmi, nessuno può raccontare la mia verità. Eppure sono io l’unica vera e struggente vittima di questa tragedia, benché spesso dimenticata dal frastuono mediatico di altri che continuano ad occupare anche il mio spazio sulla “sinistra scena”.

 

Yara Gambirasio, adolescente di garbata innocenza, si portava i suoi tredici anni con la disinvoltura di chi ha ancora una vita da spendere tra ginnastica e sogni. Ricordata da tutti con il body in quell’immagine replicata all’infinito, Yara appare un ossimoro nel microcosmo mediatico che l’ha travolta, ed è quindi con il suo ricordo che si sente il bisogno di ripercorrere questa drammatica vicenda.

Sono passati nove lunghi anni da quel maledetto 26 novembre 2010, anni in cui si è completamente perso di vista il punto di partenza di una delle più terribili vicende che la cronaca giudiziaria riporti nell’ultimo decennio. Massimo Bossetti ha ucciso la ginnasta di Brembate al di là di ogni ragionevole dubbio. Nonostante qualsiasi tipo di mistificazione, suggestione o schieramento innocentista, l’unica ad essere privata dei piaceri, degli affetti e di tutto ciò che di bello e meraviglioso la vita può offrire è Yara Gambirasio.

È novità di queste ore come la Corte d’Assise di Bergamo abbia concesso alla difesa di Bossetti l’attività di ricognizione sui reperti, in specie slip, leggins, scarpe, giubbotto e campioni di DNA. In tal senso, gli avvocati si dichiarano pronti a chiedere come step successivo l’autorizzazione a nuove analisi del profilo genetico “Ignoto 1”. Queste ultime, secondo i legali, dimostrerebbero infatti che il DNA trovato sugli slip di Yara non apparterrebbe a Bossetti, deponendo così in favore di una riapertura del processo. A mio avviso, sulla base di quello che dice il nostro codice di procedura penale, non potranno ravvisarsi gli estremi per una revisione. Come più volte ho avuto modo di spiegare non c’è soltanto la prova del DNA ad inchiodare il Bossetti ma numerosi indizi che vanno a confortarla. A titolo esemplificativo, se nei primi interrogatori il muratore di Mapello continuava a ripetere di non capacitarsi come le sue tracce biologiche fossero state rinvenute sugli slip di Yara, nei successivi sollevava sospetti sul collega Massimo Maggioni. Bossetti, noto in paese come “il favola”, sosteneva che il socio di suo cognato fosse sessualmente interessato alle bambine in età scolare e, spinto da profondo rancore, avrebbe ucciso la ragazzina contaminandone il cadavere con il suo stesso DNA. Non minor rilievo assumono nella stessa direzione le ricerche rinvenute sul pc in uso al muratore. Le parole chiave inserite sul motore di ricerca google avevano come query “ragazzine rosse tredicenni per sesso”, “ragazzine con vagina rasata” e molto altro, vi assicuro, difficilmente spendibile a titolo di cronaca. La moglie Marita Comi non ha mai escluso di aver navigato con il marito su siti pedopornografici con teenager, ma, al contempo, ha sempre negato di aver cercato keyword dal calibro di “ragazzine con vagina rasata”. Paradossalmente Bossetti ha smentito categoricamente di aver visionato certi siti. Peccato però che le sue preferenze sessuali fossero compatibili con quanto manifestato nelle lettere a Gina in carcere. Luigina Adami è la detenuta con la quale Massimo si è scambiato alcune lettere dopo l’arresto. La corrispondenza tra i due era ricca di nomignoli e fantasie sessuali (ivi comprese le preferenze per le parti intime depilate). Il muratore era stato da poco arrestato e su di lui gravavano già accuse pesanti come macigni. Gina, rom di origini sinti, sposata con un giostraio e madre di quattro figli, era in carcere per scontare un cumulo di pene di 14 anni. A mio avviso, tali lettere mostrano come il condannato avvertisse pulsioni sessuali di un calibro non arginabile neppure in un contesto come quello della reclusione carceraria. A questi dati si aggiungano le particelle di calce rinvenute nei polmoni di Yara, il fatto che quel giorno Bossetti non fosse andato a lavoro e l’evenienza per la quale, dopo aver agganciato la cella di via Natta nell’orario in cui Yara usciva dalla palestra, il suo telefono risulta spento fino alla mattina dopo. Per non parlare delle intercettazioni ambientali in carcere ove Bossetti spinge la moglie ad andare in televisione per lucrare sulla vicenda “La nostra quota è sempre sui 25 000 euro a Matrix” […] “Sai quanti vorrebbero assumersi il mio caso? Mi conoscono in tutta Italia. È il caso più pagato fuori dalla Elena Ceste”. Insomma, quello del muratore non sembra proprio il comportamento di un soggetto disperato che grida a gran voce la sua innocenza. Infine, anche la linea difensiva tenuta in ordine alla prova scientifica, denunciante una creazione artificiosa del profilo genetico in laboratorio, fa acqua da tutte parti. Si è arrivati a Massimo Bossetti tramite Giuseppe Guerinoni. Il DNA isolato sugli slip e sul gluteo di Yara (guarda caso proprio in prossimità di zone erogene) è stato attribuito in prima battuta ad Ignoto 1, e non al muratore di Mapello al quale si è giunti dopo un lavoro certosino durato anni. Non sta in piedi neppure il mancato ritrovamento del solo DNA nucleare di Bossetti. Questo è infatti l’unico profilo attendibile in termini forensi. In altre parole, solo il nucleare è definibile come nostro “marchio di fabbrica” dal momento che è identificativo dei geni di entrambi i genitori. Al contrario, il mitocondriale indica soltanto la discendenza per linea femminile. Non so voi, ma tra opinione e scienza io preferisco quest’ultima. Sempre dal punto di vista dell’indagine forense, altra circostanza su cui insiste la difesa, è il rinvenimento di altri due profili genetici – uno maschile ed uno femminile – sui guanti riposti nella tasca del piumino di Yara. In proposito, vale la pena rammentare anzitutto che questi non erano indossati dalla ragazzina quella sera e, in aggiunta, che erano stati acquistati qualche settimana prima in un centro commerciale (quindi verosimilmente esposti ad un grande quantitativo di persone). Poco conto, se non in termini mediatici, avranno anche le recenti lettere inviate dal Bossetti ai direttori di giornali vari ed eventuali.

La sua condanna non è frutto di un complotto o di un malfunzionamento della giustizia. Sugli slip di Yara non sono stati rivenuti profili genetici di pescatori siciliani o pastori sardi ma quelli di un muratore della bassa bergamasca. Io credo nei fatti, molto poco alle parole. Nella fantasmagorica ipotesi in cui venga disposta una nuova perizia sul DNA, sono fermamente convinta che questa non farebbe altro che confortare il primo risultato raggiunto.

Mi sono permessa però di spenderne alcune per la piccola Yara, che continua a sorridere sono nei ricordi di chi ancora vive.


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