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Rubriche : lettere alla gazzetta

Noi non siamo i capponi di Renzo

sabato, 27 giugno 2020, 15:32

di emanuele pellicci

Riceviamo questa lunga lettera inviataci da un lettore che lancia una sorta di appello ai proprietari di fondi commerciali affinché riducano il canone mensile degli affitti così da agevolare la ripresa del commercio:

Caro direttore,

si ricorderà la metafora usata nei Promessi Sposi, dove quattro capponi portati da Renzo al dott.Azzeccagarbugli, sono così descritti dal Manzoni: "Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all'in giù, nella mano d'un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l'alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura". Ebbene tale metafora dovrebbe far osservare che quando ci troviamo in difficoltà, invece di essere solidali con chi si trova nella nostra stessa situzione, tendiamo a beccarci tra di noi. Sfuggendo alle nostre responsabilità e, come capponi legati e tenuti per le gambe, a considerarci in fin dei conti in miglior condizione del nostro prossimo. Niente di più attuale di ciò che accade in questi periodi di difficoltà della nostra città e della nostra società potrebbe essere così ben rappresentato. Difficoltà sanitaria ed economica.

 

Come Maslow ci insegna, la salute ed il benessere fisiologico sono alla base della piramide dei bisogni della vita di ogni individuo. Vita intesa come impianto di crescita e sviluppo sotto ogni tipo di aspetto della singola persona dove, senza salute, niente ha più senso. Dunque la pandemia che ci ha colpito ha evidentemente accompagnato alla ragionevolezza chi, fino ad oggi, poteva pensare di vivere "a prescindere" da tutto e da tutti. Restrizioni governative che in certi momenti, e oggi non meno di prima, ci fanno vivere in un rastrellamento sociale. Un restrellamento che sta andando oltre alla questione sanitaria, ovvero un rastrellamento che abbatte opportunità di ripresa e condizioni di sinergia sociale per sostenere una ripresa. Una ripartenza economica, la quale non è certo alla base della nostra piramide, ma per la quale bisogna sapersi attrezzare preventivamente. E l'attrezzatura non è ad oggi composta da strumenti, ovvero pacchetti di Stato o flussi di chissà quali analisi economiche. Oggi, stamani, tale attrezzatura per ripartire necessita prima di tutto di uno zaino personale in cui essere contenuta. Perché possiamo sperare in grandi strumenti di risanamento economico e di ripartenza ma intanto, qualcuno si perde per strada se ci limitiamo ad aspettare. E se è vero che lo Stato siamo Noi, allora dobbiamo effettivamente dimostrarlo. Pretendendo da chi di dovere coerenza e trasparenza, magari direttamente dai ruoli che operano per nostro conto sul territorio e sul paese tutto. Ma un gesto che dimostra che siamo all'altezza, in molti casi migliori di alcuni vertici, sta a noi compierlo. Ognuno nel proprio ambito e nel quotidiano.

 

Un gesto che si può compiere ridando al territorio, fuori dal nostro pianerottolo, nella stessa via dove abitiamo, la forza economica per ripartire. Apprezzando concretamente ad esempio tante realtà di acquisto e servizio che prima di questa pandemia quasi guardavamo con indifferenza, talvolta con perplessità. Ma che in certi giorni della pandemia esse si sono rivelate invece vitali per il nostro quotidiano. Come la botteghina che ci forniva il necessario, quando grandi catene di distribuzione alimentare invece arrancavano per gestire l'ondata della pandemia. Piccoli esempi di attività locali che restando serrate e combattive hanno contribuito a farci stare sicuri nelle nostre case, nonostante l'obbligo di essere chiusi ognuno nelle proprie abitazioni. Ebbene quello è uno zaino che ha dimostrato di essere resistente. E in quello zaino di forza sociale, di gente comune, possiamo caricare allora strumenti importanti di ripresa. E se chi di dovere non riuscirà a fornire strumenti opportuni allora potremmo mostrare a qualsiasi contesto, anche europeo, che noi come italiani, il nostro, lo sappiamo fare ugualmente. Se qualcuno non è in grado di fare il suo dunque si faccia da parte.

 

Caro direttore, credo sia significativo evidenziare un ulteriore esempio di sforzo sociale positivo che in questi giorni sta prendendo piede. Molti commercianti e molte piccole attività iniziano a vedere il vivo della corrosione della crisi nella cassa della propria attività. E chiedendo aiuti di Stato adesso le stesse attività stanno pensando di mollare la presa e chiudere, vista la situazione critica su quel fronte. Una delle ultime opzioni disponibili prima di chiudere a cui hanno pensato i proprietari delle attività è però quella di chiedere un gesto di forza sociale da parte di chi, in fin dei conti, sta vivendo lo stesso loro sforzo di ripresa economica. Ovvero chiedendo ai proprietari degli immobili la sospensione degli affitti del fondo con cui il commerciante deve in qualche modo tenere aperta l'attività per fare un minimo di corrispettivo quotidiano. Questo è il mordente, è il flusso di forza, che se ottiene una risposta positiva, ed è fatto con il desiderio di aiutare il nostro territorio, ci porterà a dimostrare che noi, come italiani, il nostro lo facciamo ad ogni costo. Dunque accettare la richiesta di sospensione del canone di affitto da parte di attività, che in modo incontrovertibile dimostrano di non avere più risorse per procedere, è un atto sociale doveroso da parte del proprietario del fondo. Un dovere civico, soprattutto qualora un individuo si sia professato in passato di essere persona che ha a cuore il proprio contesto di vita, la propria storia e la comunità in cui vive. Togliendosi per un attimo da dosso appartenenze, colori, bandiere. Ma restando nudi con il proprio senso civico che, se esiste, deve essere mostrato. Evitando di beccarsi gli uni con gli altri come i capponi di Renzo.

 

Non mi permetto di salire in cattedra dando un monito ai proprietari immobiliari che per qualche ragione non vanno incontro a queste richieste di sospensione di affitto. Io per primo comprendo quanto sia difficile accettare una richiesta del genere, soprattutto per quei proprietari che non sono le solite "immobiliari", ma sono semplici e modeste realtà di singoli cittadini che per qualche motivo hanno un fondo da gestire. Che spesso è più un peso ed un onere. Tuttavia con la possibilità di evitarne il decadimento ma con la retta mensile di riscossione dell'affitto utile solo a far fronte alle innumerevoli tasse da pagare. So bene quanto sia di sacrificio per queste piccole realtà decidere di tagliare il proprio flusso di entrata che consente di bilanciare ogni spesa da proprietario. Ma la decisione è una soltanto. O si diventa uno strumento utile alla ripresa del territorio oppure ci voltiamo dall'altra parte ed aspettiamo, e speriamo, che il sistema economico possa ripartire. Magari prima che troppi si siano persi per strada con la propria attività. Io, nel mio piccolo, ho deciso fin dal primo mese della chiusura di tutte le attività di non ignorare la richiesta di aiuto che mi fece il mio affittuario. Motivandomi tale richiesta e dimostrandomi l'impossibilità di svolgere la sua attività, ad oggi non ho preteso nessuna mensilità da parte sua. In sofferenza, insieme a lui perché anche io non sono un imprenditore immobiliare che vivo di tali rendite, ci siamo accordati in un cammino di sostegno. Perché unire il reciproco sforzo può coltivare quella forza sociale per andare avanti insieme e, a prescindere dai palazzi di Stato, vivere come italiani veri e non come capponi.

 


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