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Che ciclismo stiamo vedendo oggi: pensieri e parole di Ivano Fanini

sabato, 22 giugno 2019, 10:34

di marco materassi

Dopo la conclusione del giro d'Italia, alla vigilia del Tour de France abbiamo voluto fare il punto sul momento che il ciclismo sta attraversando. Un'intervista, forse meglio dire una chiacchierata con Ivano Fanini, un nome, un personaggio che in questo mondo ci sta da tanti anni e che ha sempre avuto una visione diversa, sicuramente a volte "scomoda" di questo sport, ma proprio per questo lucida e interessante:

La recente morte del ventiseienne Joren Touquet, ancora avvolta nel mistero, ci fa pensare che il grande male del doping continua a fare vittime. Cosa ne pensa?

Questa ultima triste notizia, al momento senza alcuna diagnosi circa le cause, potrebbe ricollegarsi anche al doping, come potrebbe essere anche una tragica causalità. Non sempre il "male oscuro" colpisce, a volte come nella vita di tanti, è solo una tragica fatalità, ed è quello che penso voglia credere la famiglia dello sfortunato ragazzo.

E' ancora possibile secondo lei morire per doping?

Ora è sicuramente molto più difficile, gli atleti sono costantemente monitorati, sono tenuti sotto controllo, usano metodi avanzati circa i criteri di preparazione, dovremmo aver fatto passi in avanti nella lotta al doping. Non solo nel mondo agonistico sia professionistico che dilettantistico, perfino negli amatori si seguono metodi di allenamento pari quasi a quelli che si usano per andare sulla Luna.

Cosa può indurre un atleta a "barare", a rischiare?

La risposta non è né semplice, né unica, ci possono essere la voglia di primeggiare, la paura di restare senza ingaggio, oppure la voglia di restare in cima, perché oggi per tanti atleti, che magari provengono da famiglie di medio reddito, la vittoria, la fama, portano ad avere ingaggi milionari. Da qui forse la paura di perdere tutto.

Mi parlava di una preparazione atletica ai confini della fantascienza, in che senso?

Nel senso che nelle squadre ormai ci sono staff di persone che non lasciano nulla al caso, partendo dalla preparazione fisica a quella mentale per arrivare, poi, a quella nutrizionistica, insomma chi ha questi specialisti può dormire sonni tranquilli. Un po' più di difficoltà c'è per chi, come i grandi vuole stare al passo e sceglie una preparazione "fai da te", ecco in questo caso qualche pericolo ci può essere.

Uno sport usurante, uno sport che, purtroppo, conta tanti decessi, tante morti bianche. Lei che ne ha fatto una sua battaglia personale, cosa ci può dire?

Parto da una constatazione: sa dirmi quanti campioni arrivano ora all'età di Baldini, Bartali e tanti altri vecchi campioni? Pochi, adesso si può morire tra i 70 e gli 80 anni e un motivo ci sarà: usura, stress e forse anche qualche altra cosa. Non si pensi che il doping ci sia solo nel ciclismo, è dappertutto, solo che qui abbiamo avuto le "palle" per cercare metodi e sistemi per combatterlo, in altri sport no. Sarei curioso di vedere nel calcio applicare i nostri sistemi, pensi che nelle squadre professionistiche i controlli sono effettuati direttamente dalla società per evitare sorprese o situazioni dannose. In Italia siamo avanti, in Belgio per esempio un po' meno, ecco perché si continua a morire nel ciclismo.

Lei fu il primo a denunciare questa triste verità, da allora è considerato un personaggio scomodo.

Mi ricordo come fosse ora circa trent'anni fa, dopo la morte del povero Simpson sul Mont Ventoux, su Tuttosport dissi "che il ciclismo può uccidere". Fu una dichiarazione forte, che certo non mi creò molte amicizie, che aprì a tanti gli occhi su un fenomeno che poteva divenire ed è diventato pericoloso e tragico. Speravo che con quella denuncia il corridore inglese fosse l'ultimo a morire in bici e invece abbiamo perso il conto di quanti atleti sono morti. Una statistica che nessuno vuole, a ragione, aggiornare o pubblicare.

Il ciclismo adesso è diviso in tre grandi categorie Pro Tour, Professional e Continetal team, le piace questa suddivisione?

Per nulla, siamo andati a dividere un mondo che doveva essere unico, ci sono squadre che con budget milionari fanno incetta di campioni, di sponsor, lasciando ad altri solo qualche sponsor minore: come nella formula uno è solo il circo maggiore quello che attrae. Era meglio prima, una categoria unica, dove tutti si correva e come nella vita "il migliore vinceva" e "il peggiore arrivava ultimo". Senza però drammi, con la solita dignità, ho ancora in mente gente come il generoso Taccone, oppure Zandegù e Basso, intervistati dal grande Zavoli, nel suo mitico "processo alla tappa", anche se arrivati fuori tempo massimo.

E' vero, nonostante sia sempre lo sport popolare per eccellenza, anche sui mass media non c'è più quella attenzione di qualche anno fa. Cosa ci dice?

Assolutamente d'accordo, al di là della copertura delle televisioni e della radio, se guardiamo ai giornali sportivi, solo la Gazzetta dello Sport, per gli interessi commerciali della Rcs, dedica pagine al ciclismo. Su Tuttosport e Corriere dello Sport Stadio, a volte ci vuole la lente di ingrandimento per trovare due righe che parlino di ciclismo.

Per finire una domanda che esula dal contesto agonistico: alla maturità hanno dato un tema sul grande Bartali, evidenziando il suo grande senso civico durante la seconda guerra mondiale, quando rischiando la vita salvò la vita a tanti ebrei perseguitati. Valori come altruismo, accoglienza, senso del dovere che bene si ritrovano nella sua visione di vita, tanto che la sua squadra si chiama "Amore e Vita", cosa ne pensa?

La cosa bella è che hanno pensato ad un personaggio come Bartali per un tema alla maturità, la cosa brutta è che molti ragazzi nemmeno sapevano della vicenda né chi fosse Bartali. La curiosità, invece, che vi voglio dire è che nel 1984 Bartali fu il mio direttore sportivo, un'esperienza unica, una comunanza di visioni e di valori, e già allora mi diceva, come oggi ho detto io "è tutto sbagliato, è tutto da rifare".


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