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Scritto da Luciano Luciani
StoricaMente
24 Marzo 2024

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Un gruppo di adolescenti lucchesi all’opposizione

Nato nel 1913, figlio unico di un’agiata famiglia della borghesia degli uffici nella città più cattolica e mercantile della Toscana, tra la fine degli anni trenta e i primi quaranta del secolo scorso Carlo Del Bianco ha rappresentato l’anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo antifascismo lucchese.

L’adolescenza e la giovinezza di Del Bianco, sino alla sua tragica fine consumatasi nell’ultimo giorno del mese di marzo del 1944, attraversano l’intero ventennio fascista. Meritevoli di essere ricordati i suoi studi ginnasiali e liceali presso il liceo classico “Nicolò Machiavelli”, il luogo di formazione per eccellenza dei figli della borghesia lucchese, una scuola severa, per non dire arcigna, e conservatrice. Nino Russo Perez, suo compagno di scuola al liceo e amico, ricorda che “Carlino Del Bianco… era il solo tra noi ad aver letto qualche cosa di Marx ed Antonio Labriola”. Dove noi sta per un piccolo gruppo di studenti liceali - più di cinque ma meno di dieci – che negli ultimi anni venti si coagulò intorno alla figura già carismatica di Arturo Paoli: un gruppo di giovanissimi, ma già all’opposizione. Di cosa? Del mondo adulto e, di conseguenza, del fascismo. Qualche nome? Oltre al Del Bianco, Arturo Paoli, Nino Russo Perez, di origini siciliane, i fratelli Ernesto e Giulio Pizzetti, Romeo Giovannini… Come si evince dalla lettura delle pagelle conservate dalla figlia Giuliana, Carlino non è uno studente brillante e risulta troppo vivace per gli standard pedagogici dell’epoca e di quella seriosissima scuola. Capace, però, di letture desuete ed eterodosse: “Carlo, solo tra noi, aveva letto Darwin, Fourier, Proudhon e la storia del materialismo del Lange, e aveva radunato una enorme, vorrei dire informe, biblioteca di libri vecchi o decrepiti che prendevamo in mano, cautamente come bombe”. Una vera e propria bulimia culturale, quella di Carlo Del Bianco; una curiositas che si configura come una mai saziata sete di conoscenza che lo porta a studiare musica, arte, matematica, a tentare la stesura di un romanzo alla maniera di Dostojevskij… Alla metà degli anni Trenta il gruppo formatosi spontaneamente attorno ad Arturo e Carlino non si è ancora disarticolato. A tenerli uniti il leggero vento di fronda culturale, e quindi politica, che spira a Pisa, in Sapienza e in Normale, e che non può non essere colta e apprezzata dai giovani intellettuali lucchesi. I contenuti delle lezioni pisane di Luigi Russo, Giorgio La Pira, Ugo Spirito, Augusto Guzzo sono ripensati, rielaborati e riportati anche nelle riunioni dei gruppi studenteschi fascisti con qualche speranza di trasformare il fascismo dall’interno. Espulsi dal Gruppo universitario fascista di Lucca, sarcasticamente individuati e isolati come i “giovani-vecchi”, Arturo, Carlo e gli altri sono restituiti alla condizione, già conosciuta nell’adolescenza, di esuli in patria.

Nel frattempo, la situazione economica della famiglia Del Bianco non appare più tanto florida e per Carlo Del Bianco appena laureato in filosofia a Firenze sembra giunto il tempo delle responsabilità. “Carlo” racconta la figlia Giuliana, ancor prima di laurearsi “cercava di aiutare dando lezioni private e presentando domanda di supplenza agli Istituti cittadini”. Nel 1939, vinto il concorso per l’insegnamento, si ritrova docente nello stesso liceo “Machiavelli” in cui aveva studiato sino a pochi anni prima. Ormai in cattedra, con la sicurezza del lavoro, Carlino mette su famiglia e negli ultimi giorni del 1939 si sposa con Manola, di cinque anni più giovane, conosciuta nell’ambiente della parrocchia di San Michele.

Professore e partigiano

Si attribuisce al prof. Del Bianco e al suo gruppo, formato da studenti liceali e da ex studenti ormai universitari, l’organizzazione della prima iniziativa dichiaratamente antifascista avvenuta a Lucca da parecchi anni. Si tratta di un volantinaggio che si svolge il 24 maggio 1942 in occasione dell’anniversario dell’inizio della Grande Guerra. Un gesto coraggioso, addirittura audace che si innesta su un fronte interno dove non mancano malumori e scontento diffusi.

La casa di Carlino in via Busdraghi, 41 diventa il luogo privilegiato dell’antifascismo lucchese che si palesa il 26 luglio ’43, poche ore dopo la congiura di palazzo del Gran Consiglio, con una manifestazione che, partita da piazza Napoleone, dilagando per le vie della città, festeggia la caduta del fascismo. Organizzata dagli antifascisti storici di Lucca, questa iniziativa vede la partecipazione di molti giovani. Tra i più attivi e determinati gli studenti di Del Bianco che, secondo una relazione del Ministero della Difesa, si pongono “alle dipendenze dirette del C.L.N. che in quei giorni era stato fondato dall’avv. Carignani, il prof. Mancini, Baldassari, il prof. Muston, l’ing. Di Ricco, il dr. Francesconi e l’avv. De Vita. Si tennero molte riunioni e fu eletto un consiglio direttivo nelle persone di Giovanni Guerrini, Adolfo Kissopoulos e Piero Del Magro e con la partecipazione del prof. Del Bianco e del prof. Don Arturo Paoli si iniziavano con profitto i giovani alla democrazia” Un mese e mezzo più tardi, l’8 settembre ’43: privo di direttive l’esercito si sbanda. È un disordinato, confuso, doloroso “tutti a casa” e la fuga del re a Brindisi esprime plasticamente l’anarchia civile e militare che si diffonde nel Paese.

Nella città capoluogo tra il 10 e il 12 settembre la Regia Accademia di Artiglieria e Genio, circa 400 uomini tra allievi e truppa, l’unica forza militare presente a Lucca, si arrende ai tedeschi senza accennare al benché minimo atto di resistenza, mentre i reiterati tentativi operati presso il comandante del distretto militare colonnello Serio per ottenere la consegna ai patrioti delle armi in dotazione non sortiscono risultati. Nella Relazione sulla formazione Del Bianco leggiamo cheNei giorni successivi, mentre Lucca cadeva in mano tedesca i giovani con ogni mezzo rastrellavano tutte le armi che era possibile recuperare… È il prof. Del Bianco a guidare l’organizzazione di una formazione di giovani disposti ad andare sulle montagne della Garfagnana e costituire la base per un più vasto movimento partigiano della Lucchesia”.

Sia pure in maniera piuttosto raccogliticcia la formazione Del Bianco, presumibilmente la prima costituitasi in Lucchesia, riesce ad armarsi e a individuare la propria base operativa a Campaiana, nell’alpe di Corfino, dove larghe praterie di montagna adibite a pascolo degli ovini favorivano insediamenti stagionali di pastori. Il Cln lucchese, però, giudica prematura l’iniziativa e sollecita lo scioglimento della formazione, cosa che avviene sia pure tra qualche contrasto.

Rientrato in città, il prof. Del Bianco è un uomo braccato che si deve continuamente nascondersi. Anche la sua scuola, nel mirino delle autorità fasciste dal dicembre ’43 per alcune manifestazioni di studenti contrari alla propaganda saloina finalizzata all’arruolamento nelle forze armate della Rsi, non lo supporta. Tedeschi e fascisti lo cercano a casa e a scuola. Non riescono a trovarlo, ma è solo questione di tempo. Attorno a lui una rete di solidarietà che ne favorisce il nascondimento. Una situazione che non può durare a lungo. Il gruppo dirigente del Cln lucchese decide allora di farlo allontanare da Lucca. In macchina Carlino viene accompagnato alla stazione di Firenze. Poi, un treno. Ma diretto dove? Verso l’unico luogo che Carlo ritiene sicuro e accogliente, la casa veneziana dell’amico di sempre, Russo Perez. Purtroppo, Nino il sodale degli anni liceali, anche lui impegnato nell’attività clandestina, non è in casa. E Carlo, solo, decide di tornare a Lucca. Sale di nuovo su un treno diretto a Firenze. Scrive Giuliana: “Nessuno sa con certezza quello che sia successo in quel tratto di strada ferrata tra Venezia e Rovigo.

Si dice che sul treno ci fosse un’ispezione e che lui, avendo con sé documenti importanti, non voleva che cadessero in mani nemiche, e, quando il treno lungo una scarpata rallentò, aprì lo sportello e si gettò.

Fu ritrovato dopo molte ore. Addosso non aveva documenti che potessero compromettere nessuno. Ricoverato all’ospedale di Rovigo, nel referto medico che ne certifica il decesso, si legge: “Shock gravissimo. Esangue. Incosciente. La gamba destra troncata sotto il ginocchio. Profonde ferite lacere al cranio e alla metà sinistra del viso.

Morto alle ore 7:45 del 31 marzo 1944.”

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