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Scritto da aldo grandi
StoricaMente
16 Marzo 2024

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Quel Vince al contrario è uno schiaffo in faccia a tutti quelli - politicanti, amministratori, intellettualoidi, giornalistucoli e razze similari - che hanno fatto e stanno facendo e dicendo di tutto pur di rovesciare palate di merda sopra le pagine scritte da un generale incursore che ha avuto il brutto difetto di fare quello che i suoi parigrado non solo non hanno mai fatto, ma nemmeno mai pensato di fare, ossia dire quel che pensano e, soprattutto, metterlo nero su bianco e, per di più, essendo ancora in servizio e, quindi, con il... culo scoperto. E' appena uscito, infatti, il secondo libro del generale di divisione Roberto Vannacci, Il coraggio vince e si annuncia già un caso letterario, forse, dello stesso livello del predecessore. Un titolo che altro non è se non una filosofia di vita, l'opposto dell'avventurismo fine a se stesso, dell'arditismo tendente al 'suicidio', al contrario, un modo di essere e di vivere che fa a cazzotti con la mediocrità, l'ipocrisia e la meschinità dilaganti. 

Così come, per primi, abbiamo fatto con Il mondo al contrario, anche questa volta ci è passata per la testa l'idea di... denunciare l'autore del libro per averci costretto e non certo nostro malgrado bensì consapevolmente, a leggere tutte d'un fiato e nel cuore della notte, le oltre 220 pagine del volume appena edito da Piemme, un furto di sonno mai così gradito.

Un testo, è bene dirlo subito a scanso di equivoci, che non nega assolutamente quel che era stato scritto nel primo anzi, in certi passi lo ribadisce, ma non attraverso teorie più o meno attaccabili dagli invertebrati del politicamente corretto, bensì con esempi di vita vissuta e questa vita è, udite udite, quella che l'autore ha vissuto sin da quando, ultimo figlio di tre fratelli di un militare, cominciò a capire che il mondo non va secondo i nostri desiderata, ma che, casomai, sono questi ultimi a infonderci quel coraggio, quella volontà e quell'ardire che, soli, possono provare ad avvicinarli. I desiderata appunto.

Se i soloni del ministero della Difesa, il Crosetto non ancora laureato in testa, pensavano che dopo i roboanti annunci di indagini a suo carico per questo e quell'altro, lo avrebbero fatto desistere dai suoi propositi, allora non conoscevano bene chi era e, in particolare, chi è il generale Roberto Vannacci, uno che, a nostro modesto avviso, tutto avrebbe potuto e dovuto fare nella sua esistenza, fuorché il militare di professione dal momento che una persona dotata di un individualismo, di un carattere, di una autonomia di pensiero e di una indipendenza di giudizio come lui, in una struttura gerarchica e deresponsabilizzata come quella dell'esercito ci sta come il cavolo a merenda. Già, ma, infatti, Vannacci ha fatto l'incursore, razza più unica che rara.

Invece Vannacci li ha colti, nuovamente, di sorpresa, gettandogli sotto il naso il testo del suo secondo libro, altro che opera prima unica e frutto di un errore. Vannacci ha scritto di notte dormendo poco, ma bene come si addice ad un incursore che dorme e mangia quando può perché sa che domani potrebbe non averne più le possibilità. Ecco, Vannacci ha scritto un nuovo volume, ma invece che perdere tempo a occuparsi di tutti i dettagli, si è affidato e ha fatto bene, a dei professionisti del mestiere, con un editore di provata esperienza, di spalle ben coperte, di intelligenza sufficiente per comprendere che vendere 250 mila copie di un libro autoprodotto non è la regola, ma una spaventosa e imprevedibile eccezione.

E' la sua storia, il suo passato accompagnato dal suo presente e con una prospettiva abbastanza certa di azzeccare anche il suo futuro. E' un libro, questo appena pubblicato, che si legge bene, scorrevole, gradevole, entusiasmante, che incalza, che attira, che spinge a voltare pagina il prima possibile per capire come andrà a finire la storia. E Vannacci, come ebbe a dirgli a scuola un suo insegnante tanti anni fa, sa scrivere, va a braccetto con la punteggiatura, con i periodi, con la grammatica e ci infila anche la saggezza di un uomo che era, probabilmente, già saggio quando neanche pensava di esserlo, potremmo quasi dire naturaliter.

Per noi, la conferma che avevamo visto giusto, che, unici e primi salvo, poi, le truppe cammellate dell'assalto alla diligenza, avevamo intuito come questo generale tutto d'un pezzo era, in realtà, un personaggio che bucava la videocamera, che rispondeva senza esitazioni e senza sbagliare un congiuntivo e nemmeno un condizionale, che non aveva esitazioni, che non si faceva prendere dal panico durante le interviste e qualunque domanda gli venisse posta. Del resto, per uno abituato sin dalla più giovane età a lanciarsi da migliaia di metri di altezza senza sapere dove sarebbe finito, queste sono bazzecole o quasi.

Chi leggerà questo libro comprenderà perché Roberto Vannacci ha scritto anche il secondo dopo Il mondo al contrario. Proprio perché aveva bisogno di spiegare e far comprendere a tutti che le sue considerazioni non erano il prodotto di una sveglia mattutina irrequieta ed esageratamente prematura quanto il risultato di esperienze di vita vissuta, di viaggia intorno al mondo, di frequentazioni a tutte le latitudini e di tutte le razze. Ecco, allora, un Roberto Vannacci bambino che, scopriamo, sbarca a Parigi con la famiglia e diventa, a tutti gli effetti, un madrelingua d'Oltralpe. La sua passione per le lingue è tale da consentirgli progressi veloci e sorprendenti. La sua volontà di diventare un militare sì, ma diverso da tutti gli altri, ne fanno e ne faranno un... anormale, una sorta di diverso in divisa che dimostra come i suoi critici non abbiano capito niente di quest'uomo che con la diversità è abituato a convivere da sempre e che, quindi, non può essere assolutamente così come lo hanno schifosamente descritto ossia omofobo, razzista, misogino e boiate di questo genere.

Roberto Vannacci, però, a pensarci bene intollerante un po' lo è e, in fondo, anche razzista, ma come lo siamo anche noi e lo sono tutti quelli che provano una sorta di disgusto e di ribellione verso quella che potremmo definire la società della deresponsabilizzazione, una società dove si insegna non ad osare e nemmeno a prendersi le responsabilità e la vita nelle proprie mani, ma, al contrario, ad aver paura, ad esitare, a non scegliere e a non scendere in campo per paura delle conseguenze. Ecco, questa è la forma di miglior razzismo che esista, quella che vede come il fumo negli occhi coloro i quali non si assumono la responsabilità che la vita richiede e che i loro compiti vorrebbero avessero. Viviamo in un mondo al contrario perché chi dovrebbe fare il massimo per farlo procedere dritto, chiude gli occhi, si tura il naso e si tappa le orecchie: né più né meno come le tre scimmiette che non sentono, non  vedono e non parlano. E' questo che insegniamo alle nuove generazioni? Questo mettersi da parte per non scegliere da che parte stare? E' il politicamente corretto spinto all'estremo? Il rifiuto di chiamare le cose con il loro vero nome e anche cognome per timore di essere emarginati?, vilipesi?, retrocessi?, isolati?

Roberto Vannacci ripercorre la sua vita anno dopo anno, incarico dopo incarico e tutte le sue azioni conducono sempre allo stesso risultato e sono il frutto del medesimo modo di essere: non c'è spazio per la viltà, per il compromesso fine a se stesso, per il carrierismo e il quieto vivere. In un ipotetico e retrodatato 8 settembre 1943 siamo certi che il generale Vannacci non sarebbe fuggito sulla via Tuscolana con tutti i colleghi dello Stato Maggiore e la famiglia reale al seguito. No, sarebbe rimasto con i suoi uomini, magari a farsi ammazzare, ma non avrebbe tradito né i suoi soldati né, tantomeno, il suo popolo.

C'è bisogno di gente come Roberto Vannacci, ma, a quel che ci risulta, anche le cinque dita di una mano sono davvero troppe per individuarne qualcun altro. Dovunque è stato Vannacci ha rotto gli schemi, ha sorpreso gli animi, ha creato squadra, ha fatto amicizie, ha seminato cameratismo - e ora non veniteci a denunciare per apologia di fascismo dementi... - e suscitato dubbi stimolando gli animi. Portatelo a scuola questo libro, fatelo leggere nelle università, a quegli imbecilli che scendono in piazza verniciati di rosso più o meno fucsia e non sanno neanche perché stanno al mondo. 

Il coraggio vince racconta un generale come nessun generale lo aveva mai fatto, dimostrando che si può essere umani anche indossando una divisa. Più di 220 pagine che si divorano e che sono piacevoli da accompagnare alla fine. E' la storia di un uomo imprevedibile, ingestibile, impossibile da impacchettare e spedire con tanto di corriere dove si pensa sia più conveniente mandarlo. Vannacci è un personaggio scomodo, lo è sempre stato, lo sarà anche se entrerà in politica anche se i vermi, da quelle parti, strisciano così rasoterra che, a volte, è impossibile accorgersene e l'unica speranza è quella di schiacciarli inesorabilmente senza, magari, nemmeno vederli. 

Per quanto ci riguarda, ancora una volta, prima di parlare di qualcosa abbiamo voluto leggerla. E non dubitavamo di come sarebbe andata a finire. In un mondo dove gli imbecilli e i presupponenti dilagano, c'è davvero bisogno di qualcuno che, a pesci in faccia, insegni loro a rispettare chi ha il coraggio di camminare con la schiena dritta.

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Roberto Vannacci

Il coraggio vince

Piemme Edizioni
Pagine 272
Marzo 2024
Prezzo: euro 19.90 
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