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Scritto da luciano luciani
StoricaMente
02 Aprile 2023

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Gli eretici e gli eterodossi della politica, quelli sempre in polemica controtendenza con il senso comune diffuso del loro tempo, sono i personaggi preferiti da Aldo Grandi (nella foto), giornalista grintoso e umorale, editore e direttore di ben quattro testate on line toscane, tutte, ohimè, rigorosamente posizionate sulla destra dell’attuale schieramento politico.

Ai loro difficili itinerari esistenziali irti di contraddizioni, ai loro piccoli-grandi eroismi, alle ragioni di una militanza provocatoria e scomoda, Grandi si accosta con sincera curiosità e onestà intellettuale, adoperando lo strumento d’indagine “principe” per ogni buon giornalista, tanto semplice quanto incisivo: l’intervista. Con passione di ricercatore è uso mettere in relazione i materiali ottenuti attraverso ore e ore di incontri e di discussioni, confrontarli, verificarli con i documenti ufficiali e con le fonti giornalistiche, rielaborarli, ricavandone così un prodotto finale che si avvicina alla verità storica molto più di tanta paludata saggistica accademica.

In tal modo sono nati, a partire da un quarto dii secolo fa, alcuni libri di storia contemporanea utili e importanti. Tra i preferiti di chi scrive, senza la pretesa di essere esaustivo: Fuori dal coro. Ruggero Zangrandi Una biografia, Baldini & Castoldi, 1998, ampia rivisitazione della vita tormentata di un maestro del giornalismo politico e civile; Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, Baldini & Castoldi, 2000, un lavoro documentato ed equilibrato, su un protagonista della cultura italiana del dopoguerra, figura controversa, amata e odiata a destra come a sinistra, finito tragicamente nel marzo 1972, inseguendo l’utopia della lotta armata come premessa alla rivoluzione nel nostro Paese; da non smemorare, poi, I giovani di Mussolini, Baldini & Castoldi, 2001, decine e decine di interviste agli esponenti di prima e seconda fila della generazione di quanti avevano vent’anni o poco più alla vigilia del secondo conflitto mondiale e che da questa vicenda epocale furono costretti a schierarsi pro o contro il fascismo: un testo fondamentale per capire, senza paraocchi ideologici, le ragioni delle tragiche linee di frattura che divisero quei giovani e che, malgrado i numerosi appelli alla concordia, non si sono ancora ricomposte e continuano, anzi, a offrire a tutt’oggi non pochi motivi allo scontro politico attuale.

Nel 2003, per i tipi di Einaudi, uscì poi La generazione degli anni perduti. Storie di Potere operaio, ristampato in questi giorni dalla casa editrice milanese Chiarelettere, vocata alla saggistica storica e al pamphlet. Se il sottotitolo di allora cambia da Storie in Storia, resta immutata l’impegnata attenzione con cui l‘Autore si avvicina ai percorsi ideali, politici e umani dei militanti di base, dei dirigenti locali e nazionali di una delle formazioni politiche extraparlamentari ideologicamente più attrezzata e politicamente più radicale: quella con il profilo complessivo più elitario, ma che pure parlava moltissimo di operai e che voleva trasformare lo “stato di cose presente” partendo proprio dalla fabbrica e dai suoi protagonisti. Nelle oltre 400 pagine di questo nuovo libro, Grandi, attraverso le parole, le testimonianze, le memorie degli attori di quella bruciante ed esaltante stagione politica e culturale, racconta di un progetto rivoluzionario tentato e fallito, sognato e praticato nella concretezza della vita quotidiana da centinaia di giovani e meno giovani, intellettuali e lavoratori salariati.

Le storie ricostruite, dipanate, contestualizzate da Grandi illuminano con le parole stesse dei protagonisti, un segmento importante di quel movimento che, a partire dal ‘68/’69, si doveva rivelare come il più longevo, radicale e antagonista di quelli sorti in occidente nel dopoguerra: tra i suoi meriti, quello di aver riproposto il problema della rivoluzione in occidente e delle sue forze motrici e di aver rinnovato nel profondo le forme dell’iniziativa e della lotta politica, valorizzando l’azione diretta e polemizzando aspramente contro le burocrazie partitiche e sindacali e l’istituto della delega.

Sotto gli occhi del Lettore si dipanano una serie di questioni complesse e in genere poco e male affrontate in sede storiografica: le origini di Potop, che affondava le proprie radici nel marxismo eretico di Gianni Bosio, Danilo Montaldi e Raniero Panzieri; il lavorio oscuro ma efficace di riviste quali ”Quaderni rossi”, “Classe operaia”, “La Classe”; l’incontro tra le avanguardie di fabbrica (Porto Marghera in primis) e gruppi di militanti decisi a rompere con le formazioni ufficiali della sinistra, il Psi, il Pci, il sindacato e anche col maoismo e il terzomondismo allora imperanti; poi l’esperienza di Torino che, a partire dalla primavera 1969, diviene l’università di tutte le avanguardie politiche, un laboratorio del conflitto sociale fino alla ribellione diffusa del 3 luglio 1969, la cosiddetta “battaglia del Corso Traiano”.

È questo il punto di svolta: dopo gli scontri nelle strade e nelle piazze di Torino erano necessarie non solo la generalizzazione delle lotte, ma anche la loro organizzazione e direzione. È nel calore di un conflitto sociale e politico senza precedenti che, tra l’autunno 1969 e il gennaio dell’anno successivo, nasce Potere operaio, già diviso al proprio interno tra spontaneisti e sostenitori della forma-partito: un “male oscuro” che doveva percorrere tutta la storia di questa formazione politica, assieme all’altro, più grave, ovvero la spinta ad accentuare i caratteri militari e insurrezionalisti di Potop, giustificati dall’inasprirsi della repressione e dalla strategia della tensione praticata da settori politici conservatori e istituzionali. Il fallimento della fusione a freddo in chiave elettorale col gruppo del Manifesto segna nell’estate 1971 la svolta insurrezionale di Potere operaio contrassegnata dalla costituzione di un settore clandestino dell’organizzazione sconosciuto agli stessi militanti. Poi, il terribile marzo ’72: agli scontri durissimi con la polizia – in particolare a Milano e Padova – prodotti dalla deliberata volontà di Potop di verificare la propria linea insurrezionalista, si aggiunge la morte misteriosa di Giangiacomo Feltrinelli, nome di battaglia “Osvaldo”, che da tempo manteneva rapporti di collaborazione con Potere operaio e che viene ritrovato dilaniato da un’esplosione su un traliccio a Segrate.

Mentre tutta la sinistra parla di provocazione poliziesca, Potere operaio sul suo settimanale “Potere operaio del lunedì” sostiene un’altra versione: si sarebbe trattato di un incidente all’interno dell’attività dei GAP, Gruppi di Azione Partigiana, una struttura clandestina sorta per volontà dell’editore per contrastare un imminente colpo di stato in Italia. È l’inizio della fine: criticato e isolato dagli altri gruppi, scisso al proprio interno, incalzato dalla repressione e con i propri ranghi assottigliati, Potere operaio col convegno di Rosolina della tarda primavera del 1973, esattamente cinquant’anni fa, si avvia malinconicamente verso la dissoluzione. E la Storia, come sempre accade, non mancherà di prendersi le sue vendette nei confronti di quanti avevano avuto la “superbia” di voler denunciare e scardinare dal profondo i meccanismi della società, ribaltandone le regole, teorizzando la rivoluzione. Secondo la peggiore tradizione dell’estremismo politico, il gruppo si consumerà in un crescendo di defezioni, dimissioni, espulsioni, a cui si aggiungerà per molti suoi militanti una via crucis giudiziaria, durata almeno un decennio, di cui ebbe modo di occuparsi, in più occasioni, un’allarmata Amnesty international.

Cos’è stato, dunque, Potere operaio? Diamo la parola conclusiva a Bruno Trentin, uno che di lotte sindacali e politiche se ne intendeva: “Potere operaio fu un gruppo di intellettuali con un’idea vetero-leninista di direzione del conflitto sociale e cioè con l’idea che la lotta sociale doveva essere il piedistallo per una battaglia politica per il potere. Per Potere Operaio la lotta sociale apparteneva a una classe fondamentalmente immatura e, quindi, occorreva sempre un gruppo dirigente, autonomo anche dalla classe operaia per portarla a uno sbocco politico conseguente”.

Un giudizio severo, ma ribadito dalla storia: La generazione degli anni perduti, 2023, è dunque il lungo racconto di una sconfitta. Ma non sempre la vittoria è data dal raggiungimento delle mete dichiarate: nessuno oggi può ragionevolmente affermare che dopo quegli anni, dopo gli anni formidabili, tutto sia rimasto come prima. Merito di Aldo Grandi è quello di averne ricostruito l’atmosfera, di averlo fatto con il piglio del miglior giornalismo d’inchiesta, di aver recuperato in maniera onesta e documentata protagonisti maggiori e minori, passioni e ambizioni, progetti e speranze, ambiguità e zone d’ombra: proprio quello che era necessario per ripensare, senza indulgenze e senza omissioni, a un’epoca rimossa e dimenticata nella storia recente del nostro Paese.

Aldo Grandi, La generazione degli anni perduti. Storia di Potere operaio, Chiarelettere, Milano 2023, pp. 439, euro 20,00

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