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Scritto da luciano luciani
StoricaMente
27 Febbraio 2024

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È un deposito di storie, il Novecento. Tragiche, atroci nella sua prima metà, attraversata com’è da due terribili conflitti mondiali, in cui la morte di massa fa la sua irruzione nella contemporaneità, meno cruente, ma altrettanto tese e taglienti quelle dei decenni successivi: storie della fatica per ampliare i diritti, affermare una maggiore giustizia sociale, consolidare la democrazia. Ave Marchi, presidente della Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’emigrazione italiana, già dirigente scolastico e ancora prima docente di italiano e latino, ce ne racconta una, quella dei “dottorini di Marlia”, finora poco nota e conosciuta solo da una ristretta cerchia di parenti e amici, e da lei appresa sia attraverso le parole dei genitori, sia attraverso la relazione diretta coi protagonisti. Una vicenda emblematica di cosa possa accadere quando la Storia grande con le sue spietate logiche di potere e di dominio incontra le storie delle persone normali, costrette allora ad attivare tutte le loro risorse di intelligenza, spirito di sacrificio, resilienza per tentare di sopravvivere, magari anche con dignità, in contesti difficili o addirittura ostili. Tutto comincia più o meno novant’anni fa, quando, nel settembre 1931, una coppia di ebrei ungheresi, marito e moglie, ambedue medici, giungono in Toscana e si stabiliscono nella piana lucchese, in quel di Marlia, a pochi chilometri dal Comune capoluogo: lui è Nicola Berkovics, lei Margherita Lukacs che, organizzati i rispettivi ambulatori, di medicina generale per Nicola, di odontoiatria per Margherita, iniziano le esistenze normali di giovani professionisti della salute: soddisfatti del proprio lavoro, dopo non pochi anni di studi severi che erano costati più di un sacrificio economico alle rispettive famiglie, apprezzati dalla nuova comunità di appartenenza, quella di Marlia, la località più popolosa e ricca di attività economiche del Comune di Capannori, contiguo a Lucca, E, finalmente, dopo tanto errare per l’Europa e l’Italia, una casa: il villino Giusti, accogliente e capace di poter ospitare per alcuni anni sia Imre, fratello di lei, anch’egli medico odontoiatra, che, ben presto trasferirà residenza e studio medico a Volterra, sia Stefano, altro fratello di lei e ancora studente in medicina. Tutto sembra procedere lungo i binari di una vita serena confermata anche dalla percezione della loro presenza nel senso comune di quell’area. Loro sono “i dottorini di Marlia”. Una dizione dietro la quale si può cogliere il riferimento, quasi affettuoso, alla loro giovane età; e se il diminutivo plurale sta a indicare un sentimento di vicinanza con questi due giovani medici, evidentemente tutt’altro che altezzosi, la ribadita appartenenza geografica “di Marlia” segnala quanto quella comunità si senta onorata e arricchita dalle loro abilità e competenze.

Poi, d’improvviso, tutto precipita. Il nostro Paese entra nel cono d’ombra delle sciagurate leggi razziali dell’autunno del 1938, promulgate da un regime fascista prono e subalterno alla recente alleanza con la Germania hitleriana. Chissà cosa avranno provato, chissà come si saranno sentiti Margherita e Nicola alla lettura dell’articolo 4 del decreto-legge 13811, emanato “in difesa della razza italiana”: “Gli stranieri ebrei che, alla data del presente decreto-legge, si trovino nel Regno, in Libia e nei possedimenti dell’Egeo e che abbiano iniziato il loro soggiorno posteriormente al 1 gennaio 1919, debbono lasciare il territorio del regno, della Libia e dei possedimenti dell’Egeo, entro sei mesi dalla pubblicazione del presente decreto”. Al piccolo nucleo di ebrei ungheresi che ormai vive, ben integrato, a Marlia, in Lucchesia, crolla il mondo addosso. Bisogna abbandonare tutto: la casa, il lavoro, una condizione di vita minimamente confortevole, per rimettersi in viaggio, farsi ancora una volta esuli, e inventarsi, al più presto, entro una piccola manciata di giorni, nuove modalità di esistenza, possibilmente lontano dall’Europa dove si profila sempre più minaccioso il flagello della svastica. Ed ecco che Nicola Berkovics e i Lukacs si trovano forzati a dover condividere il destino che era stato di tanti emigranti lucchesi: ormai “Qui la meta è partire”, per dirla con le parole di Giuseppe Ungaretti. E fare anche alla svelta, perché nazismo, fascismo e il loro Ordine Nuovo incombono sui destini del vecchio continente. Iniziano così anni durissimi per questi ebrei ungheresi costretti all’ennesima diaspora: e se Imre resta in Italia, a Volterra, e si salverà dalle persecuzioni fasciste e naziste grazie a una straordinaria rete di solidarietà e nascondimento che lo farà salvo fino all’arrivo degli Alleati, la più gran parte della famiglia Lukacs sarà inghiottita dalla ferocia della bestia nazista. Riescono a salvarsi “i dottorini di Marlia”? Sì, ma a quale prezzo! Una fuga col cuore in gola che percorre prima l’Europa e poi l’oceano, quindi per Nicola e i Lukacs lo spaesamento e la precarietà di luoghi, popoli e modi di vita del tutto nuovi. Prima di approdare in Costarica passando da Cuba, tutti loro conoscono sulla propria pelle, fino in fondo, la precarietà e la fragilità sociale di quanti, perseguitati, emigrano e dietro ai quali c’è sempre una ragione intrisa di dolore, di afflizione materiale o morale, di desolazione. Questa la condizione che per alcuni anni tocca ai “dottorini di Marlia”, che, cacciati dal modesto paradiso che avevano saputo costruirsi nella civile Toscana, per anni sono costretti a connotare e riconnotare continuamente la propria esistenza. Di tutto questo dà conto questa bella pubblicazione edita dalla Fondazione Cresci in cui l’Autrice riesce sapientemente a intrecciare la forza dei dati di fatto della Grande Storia con i toni umanissimi, malinconici, struggenti di alcune testimonianze. Storia minore, addirittura minima quella trattata da Ave Marchi, ma utile a farci comprendere e meditare ancora una volta sulla stupidità e la ferocia dei potenti, tutti i potenti.

Luciano Luciani

Ave Marchi, I Dottorini di Marlia e il loro viaggio “per Emigrazione”, Quaderni della Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’emigrazione italiana, -13- Lucca, 2024. La pubblicazione può essere richiesta alla Fondazione Paolo Cresci, Palazzo ducale - Cortile Carrara, 1, tel. 0583 417483, www.fondazionepaolocresci.it;museoemigrazioneitaliana.org

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